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80 fotografie per il Konso Hall Museum*
fotografie e testo di Enrico Castelli
Presentare al pubblico italiano le immagini fotografiche, frutto di due anni di lavoro per progettare l'installazione di una nuova istituzione museale, la prima che vedrà la luce in tutto l'immenso Sud etiopico, necessita di alcune precisazioni che permettano una lettura non soltanto estetica delle immagini, ma aiutino a situare correttamente lo spettatore nei confronti dei Konso stessi, l'Altro che ci guarda attraverso di esse.
La raccolta di immagini, suoni, narrazioni, iniziata nel 1999, si è presto indirizzata alla formazione di un corpus audio-visuale che potesse costituire gli archivi del costruendo museo.
Il progetto prevede esplicitamente una forte partecipazione dei Konso a tutti i livelli, dalla sua concezione sino alla futura gestione: un museo per la comunità, gestito da essa, nel quale potesse riconoscersi sin dalle prime raccolte di dati, immagini, oggetti.
Per tale motivo, nel settembre 2000, con il supporto finanziario dell'Istituto Italiano di Cultura in Addis Ababa, è stato possibile organizzare una mostra fotografica nel centro amministrativo di Karat, Konso.
Le sessanta fotografie, alcune delle quali sono qui in mostra, sono state per ventiquattro ore un evento di straordinaria portata: duemila persone si sono accalcate di fronte ad esse, discutendo, commentando, ridendo, ritornando a vederle con gli amici.
Era la prima volta che si confrontavano e con la loro stessa cultura, e con un occhio esterno ad essa. Non c'è televisione nei villaggi e nel centro amministrativo, se per questo neanche la luce elettrica; i giornali illustrati sono rari, il solo fotografo che coraggiosamente vi ha aperto un minuscolo studio, soffre di carenza cronica di materiali sensibili. Erano i primi ingrandimenti fotografici che vedevano. Da quel giorno il mio lavoro fotografico è diventato assai più spedito, sapevano a cosa sarebbe servito, ma anche più gravoso, per il numero elevato di richieste alle quali era arduo opporre rifiuto.
Dai pochi ritratti che ho incluso in questa scelta spero traspaia la prossimità tra il mio obiettivo come fotografo e l'intenzione dei soggetti a donare la loro immagine.
Immagine che in Africa, sin dal tempo degli egiziani è vissuta in modo particolare: essa deve trasmettere dei valori precisi: corpo in posizione eretta, a riposo "statuario", espressione calma e seria del viso. Si tratta di una codifica che permea tutte le culture africane, che permea tutta la scultura cosiddetta tradizionale. Medesimo codice che condiziona le fotografie quando gli africani sono liberi di mettersi in posa: questa compostezza, neanche a dirlo, non è cercata dal fotografo (anzi è rifiutata, con dispetto, dal turista-fotografo), ma assunta dal soggetto in modo automatico, cioè in risposta delle sue coordinate culturali.
Abbiamo rivolto l'attenzione nei confronti delle attività ludiche, lavorative, produttive dei Konso organizzandole in tre sezioni. La prima mostra uomini, donne e bambini nelle attività quotidiane cosiddette tradizionali, quelle che ci si aspetta siano rimaste immutate nei secoli. Per mostrare quanto sia illusoria tale nostra convinzione, nella seconda parte le immagini prendono in conto gli elementi della modernità, quelli che in ogni istante, ed in ogni cultura, negoziano attivamente con la "tradizione".
La terza sezione, assai più breve delle precedenti, ha una valenza particolare: essa è la risposta cosciente della società Konso alla sfida della modernità, delle globalizzazioni, ed anche del progetto di museo del quale mi sono fatto portatore.
Per quasi trent'anni il ciclo delle feste che nei villaggi sancisce il passaggio del potere da una all'altra generazione è stato perturbato in modo profondo: il regime militare del DERG impedì di fatto tali celebrazioni, la massiccia conversione da parte delle chiese protestanti mette oggi in forse tutto il bagaglio culturale dei Konso.
La mia presenza ha funzionato da catalizzatore, rinforzando la voce di quanti ritenevano errato l'abbandono tout court delle celebrazioni e si orientavano verso un uso dell'antropologo presente come portavoce della originalità della cultura Konso.
Ho potuto seguire lo svolgimento delle celebrazioni cominciate dal villaggio di Mechelo nell'inverno 2000, ma completate solo nel gennaio 2001: privilegio mai prima accordato. Esse hanno sancito la cessione del potere da parte della generazione che lo ha esercitato negli ultimi dieci anni, a quella più giovane, che lo eserciterà nella prossima decade.
* Il progetto di un Konso Hall Museum, da inserirsi nel cuore del territorio
ancestrale dei Konso del sud etiopico, è stato messo a punto da parte
del Dipartimento Uomo & Territorio dell'Università di Perugia, in collaborazione
con il Museo Nazionale Arti e Tradizioni Popolari ed il Ministero Affari
Esteri di Roma e le locali autorità etiopiche.
sorry, we're under construction!
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