K12


k09


d07


x11


x16

Il genere shetani

Assai più ambigua appare la storia delle rappresentazioni del mondo magico, che, presenti con una certa continuità nella produzione contemporanea, assurgono a soggetto di analisi, malgrado il discorso non possa che appoggiarsi ad un numero limitato di tele.
Due considerazioni si impongono: in primo luogo la confusione che su tale soggetto attraversa la produzione tingatinga è estremamente eloquente: magia nera e bianca appaiono mescolate, esattamente come nell'immaginario occidentale, perversi frutti del lungo periodo coloniale.
La distinzione tra guarigione (che per gli Africani non può trovare spiegazione e quindi cura su un piano fisico distinto da quello spirituale, ma deve ottenersi attraverso "medicine" la cui origine è da rintracciare nel mondo degli spiriti) che in Africa è possibile attraverso il ricorso al mganga, operatore rituale di magia bianca, e la magia nera, dove invidia e cattiveria hanno per effetto morte e malattie, è appena entrata nel pensiero antropologico contemporaneo.
In Africa tale distinzione è presente da sempre, con l'uso di termini specifici e differenziati: ma il colonialismo e la concomitante espansione delle religioni del Libro, hanno avuto per riflesso una crescente sovrapposizione dei due campi. Ne cogliamo il riflesso nella difficile distinzione operata dai pittori sui soggetti rappresentati.
E gli stessi elementi simbolici che intervengono nelle rappresentazioni sono assai spesso d'origine esogena: il teschio per esempio, ed anche il sangue non appartengono a nessuna tradizione locale. Le zucchette di medicina, simboliche del potere del mganga sugli spiriti, sono invece un elemento iconografico specifico, ma esse vengono tranquillamente inserite nei due differenti contesti.
La scultura makonde, ed in particolare lo stile shetani, tanto in voga tra i turisti e i mercanti ha influenzato alcuni dei quadri, con la riproduzione di elementi iconici ormai divenuti parte del linguaggio espressivo della scultura in ebano.
La lezione pittorica e compositiva di Picasso, giunta in Africa assieme al turismo di massa al principio degli anni '60 e alla quale si sovrappone un mito east-africano contemporaneo , ha permesso la disintegrazione delle regole di simmetria e di bilanciamento "naturali" della figura umana: lo spazio tolto a questa griglia naturalistica può essere occupato dalle particolarità della trama del materiale, l'ebano, con tutte le sue fessure e nodosità, e libera così, appieno, la fantasia dello scultore, che effigia presenze immateriali e fantastiche, gli shetani, che popolano tanto l'immaginario occidentale, quanto i boschi lontani - e da lungo tempo bruciati per far posto alle coltivazioni di anacardi - attorno agli originali villaggi makonde.
Una tela di Malikita (k12) può esser presa come illustrazione della trasmigrazione verso la pittura di alcune invenzioni formali sperimentate in questi trent'anni dagli scultori makonde. Lo spirito possiede un solo braccio, un unico occhio, un solo corno e così via. Un serpente gli si avvolge addosso mentre sullo sfondo, inserito in un paesaggio montagnoso inquietante, un vulcano erutta nel cielo infocato...
Allo stesso pittore è dovuto un altro dipinto (k09) che ruota attorno ad una singolare scena di magia che ha al centro il corpo nudo d'una donna, verso il quale convergono simboli occulti con evidente connotazione sessuale. L'erotismo della scena è sottolineato, nell'angolo in basso a destra, dall'accoppiamento di un gallo e una gallina. Il divieto che colpisce la rappresentazione di scene erotiche viene qui superato ricorrendo ad un fitto intrecciarsi simbolico di esseri ed oggetti. Un esplicito riferimento all'AIDS, presente nella lunga iscrizione del titolo, è un riflesso della drammatica situazione africana, la cui società è impotente di fronte all'espansione della malattia, per la quale risulta inutile ogni cura, anche tradizionale.
In altre opere, più esplicitamente, si fa riferimento al complesso terapeutico che ruota attorno agli spiriti, primi abitatori della terra, con i quali gli antenati delle varie etnie hanno stretto alleanza. Una visione che definiremmo "storica" del fenomeno appare in un cartone di Mikidadi Hassan: mentre il villaggio offre un sacrificio allo spirito, questi appare al di sopra della caverna: un essere minaccioso e cornuto, nella scia dell'iconografia cristiana impiegata per il diavolo (d07).
Anche negli altri dipinti che pongono al centro la pratica terapeutica abbiamo sfumature difficili da comprendere, contraddittorie. Passiamo da scene di possessione appena accennate, comprensibili solo attraverso una certa conoscenza dei rituali (n01), nelle quali la componente simbolica è marginale (qualche amuleto e le boccette di medicina), ad altre caratterizzate da una sovrabbondanza di elementi simbolici (x11, x16, c35). L'immagine che se ne desume è quella di culti sincretici che, basati su pratiche ancestrali, sono andati evolvendo attraverso l'assimilazione di elementi - e simboli - provenienti dalle principali religioni dominanti: islam e cristianesimo.
L'esplorazione del terreno assai più oscuro della magia nera si rivela più complicata: unico esempio di sicura attribuzione un piccolo dipinto (n02), dove uno stregone tiene in mano la testa di una vittima, il cui corpo appeso ad un albero riempie del proprio sangue un contenitore. Tutti gli altri rimangono in una zona indeterminata a cavallo tra magia e stregoneria, riflesso di quella complessa realtà entro la quale si dibatte la cultura africana, dilaniata al suo interno tra le opposte visioni cosmogoniche: quelle originarie dell'Africa e le altre - esogene - che, portate in auge durante il lungo periodo coloniale, dimostrano tutt'oggi un radicamento ed una vitalità sorprendente.

Indietro - Continua...

cap. 1 - cap 2 - cap 3 - cap 4 - cap 5 - cap 6