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Lampi di luce dall'oscurità:
immagini e memoria
di Enrico Castelli
Le 45 fotografie in mostra al National Museum of Tanzania provengono tutte dal Museo delle Missioni della Consolata in Torino: si tratta di una selezione effettuata sulle più di duemila immagini relative alla Tanzania, conservate nella sezione fotografica del museo.
Mi sembra opportuno chiarire che la selezione che ha portato alla scelta di questo gruppo di immagini sia del tutto arbitraria: si tratta di un intervento soggettivo che ha lo scopo di presentare al pubblico uno scorcio significativo di quanto raccolto dai padri missionari nella loro attività come fotografi. Ritengo però che tale insieme ristretto di immagini sia significativo di quel particolare modo di vedere ed interagire con l'Africa che altrove ho definito l'occhio missionario (Immagini & Colonie 1998). Sto parlando dell'attività missionaria prima della fine dell'epoca coloniale, periodo al quale appartengono tutte le immagini qui presentate, e, in generale, tutte le altre presenti nell'archivio torinese.
Se lo sguardo missionario dell'epoca era intriso di paternalismo e spesso confondeva pericolosamente l'attività evangelica con le fortune del potere coloniale, l'attività dei missionari della Consolata in East Africa può, a tale riguardo, considerarsi atipica: ben poco infatti accomunava i Padri, per la maggior parte italiani, all'amministrazione coloniale dell'Impero Britannico, che inoltre non aveva alcuna simpatia per la Chiesa Cattolica.
L'Istituto Missionario della Consolata per le Missioni Estere iniziò la propria attività nel 1901 allo scopo di continuare l'opera del Cardinale Massaja tra le popolazioni della regione del Kaffa etiopico. Ma la forte resistenza da parte delle autorità etiopiche alla penetrazione di cattolici italiani impedì ai missionari di stabilirvisi almeno sino al 1916 (Forni 1999: 52), cosicché la loro attività trovò sbocco in Kenya, tra i Meru ed i Kikuyu ed in Tanzania nella regione di Iringa.
Sin dai primi anni fu incoraggiata l'attività fotografica dei missionari, allo scopo di raccogliere materiale visuale originale da pubblicarsi sul giornale mensile La Consolata, che ospitava abitualmente i diari e la corrispondenza dei Padri in missione.
Una intenzione documentaria e allo stesso tempo autoreferenziale è quindi alle origini di questo archivio fotografico, che, alla stessa stregua degli altri missionari, conserva le immagini dei primi contatti tra popolazioni africane e i primi bianchi che decisero di vivere con loro.
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