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Testimonianza complessa di una interazione nella quale gli africani fotografati vi appaiono non nel ruolo di attori consapevoli, quanto di comparse per l'attimo fuggente dello scatto.
Le immagini, attraverso la loro riproduzione a stampa consentivano di rafforzare il Italia il discorso missionario, contribuivano alla raccolta dei fondi, fissavano e codificavano l'alterità contribuendo alla costruzione di una immagine benigna degli africani non priva di elementi paternalistici.
Se le immagini mettono in luce alcuni aspetti culturali delle popolazioni africane con le quali i missionari furono in contatto, sorprende la scarsezza - e in qualche caso l'inesattezza - delle didascalie che accompagnano le immagini . Le inesattezze risultano di tale natura da far pensare che esse siano state scritte da personale che non aveva dimestichezza con l'Africa : di certo le immagini stampate in Italia trovavano nella rivista contesto ideale nei diari dei loro stessi autori, ma alle immagini l'ingresso in archivio dette solo diritto a una breve didascalia, inoltre priva, nella maggior parte dei casi, di due dati fondamentali per qualsivoglia archiviazione: nome del fotografo ed anno.
Nel complesso ci troviamo di fronte ad una massa di immagini prive o quasi di commento, un materiale visuale per questo ancor più interessante da esplorare e commentare. Testimonianza diretta del modo di vedere e vivere l'Africa da parte dei missionari abbiamo detto, ma soprattutto testimonianza di come era l'Africa, che acquista valore con il passare del tempo.
Queste immagini acquistano oggi un significato che forse non sospettavano coloro che parteciparono alla loro creazione: i cambiamenti profondi e drammatici che hanno subito i villaggi e le abitazioni, così come tutta l'etnografia, dal modo di vestire e di procurarsi il cibo, sino alle feste ed i rituali, rendono queste immagini ineludibili momenti per la conoscenza del passato.
Ma è bene chiarire che la conoscenza di cui parlo non è quella assoluta della scienza, ma piuttosto quella popolare, il soggetto che dovrebbe poter accrescere la propria comprensione del passato non è un improbabile antropologo occidentale, quanto un africano di oggi, il cittadino d'una qualsiasi delle città africane moderne. Ad esso cosa possono comunicare queste immagini? Quale rappresentazione gli offrono dei propri antenati, dei suoi nonni, delle sue nonne? Come possono queste fotografie contribuire a modificare l'immagine del recente passato (coloniale) del proprio paese? Non è giunto forse oggi il momento per gli africani "to define themselves with reference to a lost time" (Kendall 1997: 103)?
Perché di certo tale processo di revisione appare necessario ed urgente, anche se ben altre priorità vengano prepotentemente proposte dai giornali e dalla televisione. L'attenzione dei media è rivolta quasi esclusivamente all'economia, tutto viene misurato solo in termini economici, cosicché si viene facilmente convinti che le ineguaglianze tra poveri e ricchi così come quelle tra Nord e Sud del pianeta siano un fenomeno naturale, invece d'essere il risultato di gerarchie sociali estese su scala planetaria e riprodotte fedelmente all'interno d'ogni Nazione.
Ecco perché per l'Africa è cruciale oggi rileggere il proprio passato coloniale, quando le culture africane vennero, tutte in blocco, definite arretrate e messe in una prospettiva evoluzionistica nei confronti della cultura occidentale dominante. La stagione dell'Indipendenza africana non è riuscita a modificare che marginalmente questo quadro: le nuove generazioni in Africa e in Europa hanno davanti a loro questa impresa gigantesca.
E tale processo, tutt'altro che indolore, dovrà coinvolgere le istituzioni museali dei paesi africani , in quanto esse si trovano al centro di qualsivoglia processo di ri-definizione delle identità culturali. Le fotografie che sono qui presentate vogliono essere l'avanguardia di un processo di rimpatrio che dovrebbe coinvolgere i numerosi archivi visuali presenti in Europa.
Evidentemente tale rimpatrio non coinvolgerà gli originali, delicatissime tracce di luce ed ombra affidate a diafane lastre di vetro, e d'altra parte non è affatto necessario, nell'epoca della riproduzione massificata delle immagini, toccare gli originali.
Né quanto stiamo indicando è da considerarsi un disegno utopico: di recente l'UNESCO ha pubblicato un CD-ROM contenente più di 3.000 immagini che riguardano le ex-colonie dell'Afrique Occidental Française tratte da cartoline d'epoca coloniale.
Ci si può chiedere se sull'East Africa, e sulla Tanzania in particolare esistano in Europa simili monumenti iconografici da esplorare. Ebbene una prima indagine ha portato all'individuazione di una dozzina di archivi coloniali e missionari, ed una prima stima fa pensare che le immagini della sola Tanzania, reperibili in Europa siano dell'ordine delle centinaia di migliaia!
Una precisa volontà politica dovrà esprimersi affinché progetti diretti all'investigazione di queste fonti documentarie vengano messi in cantiere e portati a termine. Personalmente ritengo che tale terreno dovrebbe essere quello migliore per mettere alla prova le iniziative di cooperazione culturale tra partners del Nord e Sud del Mondo: tra l'altro progetti di questo genere darebbero ragione di essere agli stessi numerosi archivi europei, dove le immagini coloniali non rappresentano più che un fardello scomodo e per lo più inutilizzabile nel contesto contemporaneo.

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