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paragrafo 3
Cosa vediamo oggi in una immagine tra le tante qui riproposte, sulla
quale il nostro sguardo si incrocia con le ombre di una realtà vecchia
di 60 o più anni? Una molteplicità di risposte sono possibili: per il
pubblico Occidentale esse rispondono ad un desiderio popolare di esotico,
in continuazione rinnovato dalla crescente attività turistica. E queste
immagini del passato, proprio grazie all'instancabile lavorio del tempo,
reso visibile attraverso le rotture delle lastre di vetro, le impronte
digitali, l'evanescenza di alcuni particolari, sono perfettamente in grado
di riempire questa inesauribile domanda.
Per il pubblico africano, ed in particolare quello della Tanzania centrale,
queste immagini rappresentano fuggevoli sguardi sul loro passato, sui
propri antenati, su come vivevano, si divertivano, lavoravano.
La fotografia che mostra le ragazze della scuola di Tosamaganga o quelle
del catechista con la sua classe, sono state scelte pensando che esse,
in mostra, avrebbero attirato gli sguardi di quanti desiderano ritrovare
un'immagine delle proprie nonne o dei propri zii … proprio come avviene
sfogliando l'album di famiglia.
La predominanza di immagini provenienti dal circondario di Iringa è schiacciante:
bisogna ricordare che la stessa copertina del mensile "La Consolata" recava,
al tempo in cui furono scattate le fotografie una cartina nella quale
non v'era affatto menzione del Tanganyika, ma solo d'Iringa, la sede della
Prefettura.
E, si è fatto già cenno, una delle caratteristiche dell'occhio missionario
è stata sempre l'autoreferenzialità. Cosicché in mostra si stagliano possenti
le linee severe della cattedrale di Tosamaganga e quelle più semplici
dell'antica chiesa, costruita ancora al tempo dei Tedeschi a Madibira,
ritratta ancor prima del restauro del 1929.
A tale riguardo le immagini più interessanti mettono in scena gli stessi
missionari, presentando alcuni momenti chiave della loro attività, come
ad esempio quella che mostra un malato in portantina davanti all'ingresso
dell'infermeria.
Ancora gli anziani a Tosamaganga ricordano i nomi del personale della
missione in essa effigiati, in particolare quello di Suor Fedele, per
anni animatrice instancabile del dispensario e dell'infermeria. Ma se
osserviamo attentamente l'immagine altri elementi diventano palesi: la
gerarchia, per esempio, sottolineata dalla figura di Padre Ramello con
le braccia conserte, che osserva la scena. E la lettiga è immobile davanti
a lui, tutti sono fermi per la fotografia - questa non è una istantanea
ma una sapiente messa in scena della realtà quotidiana. Similmente trovo
di straordinaria forza comunicativa l'immagine di Padre Olivo che visita
una chiesetta di campagna: gli sguardi dei giovani sono concentrati sulla
figura del padre, una apparizione a cavallo della sua rombante motocicletta.
Questa immagine ancora oggi ci trasmette un messaggio che parla in modo
inequivocabile della semplicità della vita nel villaggio e del suo aprirsi
fiducioso all'arrivo del messaggio divino.
Scarse, o quasi inesistenti nell'intero archivio della Consolata sono
le fotografie antropologiche, quelle di profilo e di fronte, per intenderci,
che oggi conosciamo solo nella pratica segnaletica della polizia. I pochi
ritratti proposti nella mostra parlano invece di prossimità, confidenza
ed amicizia tra il fotografo e il soggetto, una qualità che di rado troviamo
nelle foto coloniali o in quelle scientifiche dell'epoca.
Numerose sono poi le immagini a carattere etnografico il cui valore documentario
cresce con l'allargarsi della distanza temporale che ci separa dall'attimo
in cui furono impressionate le lastre. La compostezza delle persone raffigurate,
intente alle più normali attività lavorative o ludiche, invita alla riflessione.
Oggetti ed abiti d'un tempo sono scomparsi, le loro tracce appaiono, impolverate
e sbiadite, nelle vetrine dei musei. Eppure appena una manciata di anni
sono trascorsi da quando non erano sorprendenti per nessuno abbigliamenti
del genere, attività siffatte.
E, in modo simmetrico, profondi cambiamenti sono avvenuti nello stesso
occhio dell'osservatore: come possono oggi essere accettabili classificazioni
come quella, ampiamente usata, di stregone, che risale al periodo coloniale
e tutto confonde, in un termine dalle valenze negative? Né è oggi accettabile
il marcato senso di superiorità per le pratiche magico rituali o per quelle
a carattere terapeutico, che traspare dalle didascalie obsolete delle
fotografie, così come da quelle, anch'esse arcaiche, che popolano le vetrine
dei musei etnografici. Emblematico della mutazione profonda che ha subito
il modo di confrontarci con le differenze culturali che caratterizza la
nostra epoca, vorrei suggerire lo sguardo fiero dello specialista rituale
Mhehe mentre espone con orgoglio i suoi strumenti di lavoro: che ci accompagni
nella visita alla mostra, resti accanto a noi quando riflettiamo sulla
subitaneità dei cambiamenti e sulla loro irreversibilità, ci aiuti ad
interrogarci sui processi storici e sociali che hanno sconvolto le società
africane contemporanee.
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